Episode Transcript
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(00:13):
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(00:38):
Nel 1999 usciva un film destinato a cambiare per sempre
il modo in cui pensiamo alla realtà metrix.
Una storia di macchine, simulazioni e consapevolezza, ma
soprattutto una domanda che continua a risonare ancora oggi,
che cos'è reale nel film? La realtà è un'illusione
costruita da un'intelligenza artificiale, una prigione
digitale in cui le menti umane vivono convinte che tutto sia
(00:59):
vero. Eppure, a più di vent'anni di
distanza, quella visione non è poi così lontana dal nostro
presente. Oggi non viviamo immersi in una
simulazione, ma una parte semprepiù grande della nostra
esistenza si svolge nel mondo digitale.
Una parte che ci rappresenta, cidefinisce e interagisce al
nostro posto. Il nostro io digitale non è
finzione, non è una copia, ma è un'estensione di noi stessi
(01:22):
fatta da dati, immagini, profilie interazioni.
Ogni volta che pubblichiamo qualcosa, commentiamo, mettiamo
un mi piace o facciamo un acquisto online.
Stiamo modellando quella versione di noi che vive nel
cyberspazio. Un mio che non dorme, non
dimentica e che in molti casi può raccontare chi siamo molto
meglio di quanto potremmo farlo noi stessi.
(01:47):
Questo è struttura il nostro programma di caricamento,
possiamo caricare di tutto, vestiti, equipaggiamento, armi,
addestramento, simulato, tutto quello di cui abbiamo bisogno.
In questo momento siamo all'interno di un programma
(02:08):
abbastanza facile da capire, abiti diversi, spinotti nelle
braccia, in testa, assenti. Anche i tuoi capelli sono
cambiati. Il tuo aspetto attuale è quello
che noi chiamiamo immagine residua di se, la proiezione
mentale del tuo io digitale. Questo non è reale.
(02:30):
Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale
se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che
possiamo adorare, toccare e vedere quel reale sono semplici
segnali elettrici interpretati dal cervello.
(02:51):
Era il 1999, ma questa scena sembra scritta per il nostro
presente, un'epoca in cui viviamo costantemente immersi in
una realtà aumentata fatta di connessioni, immagini e profili
digitali. Quanto di ciò che viviamo online
è reale e quanto invece è solo proiezione di ciò che vorremmo
essere oggi? Non servono più macchine o cavi
collegate al cervello, basta unoschermo e su quello schermo
(03:14):
nasce il nostro io digitale, un riflesso di noi stessi costruito
da foto, commenti, preferenze e tracce invisibili che lasciamo
in rete ogni giorno. La nostra immagine residua di se
non è +1 concetto di fantascienza.
È la versione digitale, noi stessi che abita Internet parla
al nostro posto. e a volte ci rappresenta di più di quanto
faccia la realtà. In questa puntata di informatica
(03:36):
per tutti esploreremo proprio questo aspetto, come si
costruisce il nostro digitale, quanto è autentico e cosa dice
davvero di noi. Ma adesso immergiamoci nella
puntata, viviamo in due mondi, quello fisico, fatti di volti,
voci, presenze, e quello digitale, dove lasciamo traccia,
pensieri, immagini, like e commenti.
(03:56):
Due mondi che si intrecciano così tanto che spesso non
sappiamo più dove finisce uno e comincia l'altro.
Ma soffermiamoci per un attimo echiediamoci, chi siamo davvero
nel mondo digitale? Siamo noi o una versione noi
costruita da algoritmi, impressioni, dati sparsi nel
tempo? Nel mondo reale la nostra
identità nasce da ciò che facciamo, da come ci
comportiamo, da chi ci conosce. Nel mondo digitale, invece, la
(04:20):
nostra identità si costruisce inmodo diverso, viene misurata,
salvata e interpretata. Un post, una foto, una ricerca
su Google, un acquisto online, ogni azione digitale e un
piccolo mattone della nostra persona virtuale.
E lentamente quella persona inizia a vivere di vita propria.
Non è più solo una copia di noi,ma una rappresentazione
statistica utile a chi deve mostrarci un annuncio o
(04:43):
consigliarci un video. Siamo noi, ma anche no.
Siamo il modo in cui ci vedono idati.
Ogni volta che interagiamo online costruiamo un modello di
noi stessi, un profilo che conosce le nostre abitudini, i
nostri gusti, persino i nostri momenti di debolezza.
È quella che potremmo chiamare l'io digitale basato su
logoritmi, un riflesso digitale che sa cosa ci piace ma non sa
(05:04):
chi siamo. Ci conosce in base a ciò che
clicchiamo, ma non ciò che sentiamo.
Eppure questa immagine influenzala realtà, determina cosa ci
viene mostrato, chi incontriamo on line e a volte, persino come
veniamo giudicati nel mondo fisico.
E allora la domanda diventa inevitabile, se il nostro io
digitale può influenzare la realtà, quanto controllo abbiamo
(05:24):
davvero su di lui? Pensiamoci un attimo, ogni volta
che mettiamo un like, che scriviamo un commento o che
condividiamo una foto o accettiamo i cookie su qualche
piattaforma, aggiungiamo un nuovo tassello alla nostra
identità on line. Ma che decide cosa resta, cosa
viene ricordato e cosa invece sparisce nell'oblio digitale?
Molte di queste informazioni nonle gestiamo più noi, sono
(05:45):
archiviate, catalogate e interpretate da sistemi che
imparano da soli gli algoritmi che selezionano i contenuti
social, le pubblicità che ci seguono ovunque, i suggerimenti
di acquisto che sembrano leggerci nella mente.
Tutto parte da lì, dal nostro iodigitale, analizzato, scomposto
e ricostruito in tempo reale. In un certo senso il web ci
conosce meglio di chi ci sta accanto, sa cosa ci interessa,
(06:08):
quanto tempo passiamo a guardarequalcosa, quando siamo felici o
frustrati. Ma non conosce il perché, non
conosce l'intenzione, il contesto, il significato umano
dietro quei numeri. Ed è qui che nasce la distanza
tra noi e la nostra proiezione digitale, un confine sottile che
a volte dimentichiamo di esistere.
Se passa il tempo più quella proiezione diventa viva, è lei a
(06:30):
rispondere per noi sui social, asuggerire cosa guardare, a farci
sentire parte di una bolla di informazioni che ci rassicura e
ci tiene dentro. È il nostro io digitale
automatico, un'ombra che vive con noi, ma non sempre per noi.
Eppure non è tutto negativo, il nostro io digitale può essere
anche una risorsa, può rappresentare la nostra voce nel
mondo, raccontare chi siamo davvero, diffondere conoscenza,
(06:53):
ispirare altri. Dipende da come scegliamo di
usarlo. Negli anni la nostra presenza
online è cambiata, insieme agli strumenti che utilizziamo per
esprimerci. Prima c'erano i forum, luoghi di
confronto dove le persone discutevano nascondendosi dietro
a nickname. Poi sono arrivate le chat dove
si cominciava a creare un'identità più personale, fatta
di parole, immagini e avatar. Infine, con i social network il
(07:16):
confine tra reale e digitale si è quasi dissolto.
Il nostro nome, il nostro volto e la nostra vita quotidiana sono
diventati parte della conversazione globale.
In ogni epoca digitale abbiamo potuto scegliere quanto
mostrarci e quanto proteggerci, ma oggi questa scelta è più
complessa che mai. Perché il nostro io digitale non
è solo ciò che pubblichiamo, è anche ciò che gli altri vedono,
(07:38):
commentano, condividono e interpretano di noi.
Anche se abbiamo detto che l'io digitale può offrirci uno spazio
sicuro dove esprimerci, connetterci e far sentire la
nostra voce, spesso però assistiamo al lato più
problematico di questa dimensione.
Perché ciò che online nasce comelibertà può facilmente
trasformarsi in esposizione. I social si spingono a
(07:58):
condividere sempre di più, a costruire un'immagine perfetta
di noi stessi, a misurare il valore personale in base ai
like, commenti e visualizzazioni.
E così il nostro io digitale rischia di diventare una vetrina
più che uno specchio autentico. C'è poi il problema della
vulnerabilità, ogni informazionepubblicata, ogni traccia
lasciata può essere osservata, salvata ed infine analizzata.
(08:21):
Non sempre da chi scegliamo noi.I nostri dati raccontano le
nostre abitudini, i nostri gusti, le nostre opinioni e
tutto questo contribuisce a costruire una presentazione di
noi che spesso non controlliamo più completamente.
In questo scenario la domanda cambia, non è più che cosa è
reale come metrix, ma piuttosto chi decide chi siamo nel mondo
(08:41):
digitale. Essere consapevoli del nostro
riflesso digitale significa riprenderne il controllo
significa capire che ogni dato èuna parte di noi, ma che nessun
algoritmo potrà mai racchiudere la complessità umana che ci
rende unici. Viviamo in un'epoca in cui
l'identità non è più soltanto qualcosa che abbiamo, ma
qualcosa che costruiamo ogni giorno, anche quando non ce ne
(09:02):
accorgiamo. E forse la vera libertà digitale
non sta nel disconnettersi, ma nel conoscere ciò che ci
connette. Perché in fondo, come diceva
Morpheus, la realtà non è altro che una serie di segnali
interpretati dal cervello. E oggi quei segnali passano
anche attraverso uno schermo. Abbiamo scelto di rifugiarci nel
mondo virtuale non appena abbiamo intuito le possibilità.
(09:24):
All'inizio era solo curiosità, poi comodità e infine abitudine.
Nel digitale sembra tutto più semplice, le distanze
spariscono, i limiti fisici si dissolvono e possiamo essere
ovunque, con chiunque, in ogni momento.
Quasi come se vivessimo in un mondo progettato a nostra
immagine. È un luogo che ci accoglie, ci
amplifica, ci permette di reinventarci, ma ogni rifugio ha
(09:47):
un prezzo. Nel mondo virtuale possiamo
controllare l'immagine che diamodi noi, ma perdiamo il controllo
di come quella stessa immagine viene interpretata.
Costruiamo profili, filtri, personaggi, piccole versioni di
noi stessi pensate per piacere, per essere accettate, per
funzionare online. A volte ci rifugiamo nel
digitale perché ci fa sentire liberi, altre volte però perché
(10:09):
ci fa sentire invisibili. E in questa invisibilità
rischiamo di confondere ciò che mostriamo con ciò che siamo
davvero. Il mondo virtuale è diventato
una seconda casa, ma non sempre ci rendiamo conto di quanto
somiglia a uno specchio. Più lo guardiamo, più riflette
quello che vogliamo vedere e meno ci mostra quello che siamo.
Forse non abbiamo solo scelto ilmondo virtuale.
(10:30):
Forse in qualche modo il mondo virtuale ha scelto noi, ci ha
offerto un modo nuovo di esistere, di comunicare, di
sentirci parte di qualcosa più grande, ma anche un modo nuovo
di perderci. E così, tra notifiche e
connessioni, la linea tra il nostro io reale e quello
digitale continua a sfumare ognigiorno un po' di più.
Ma come abbiamo detto, il nostroio digitale è una composizione
(10:53):
di dati, se nella vita reale siamo persone.
Nel digitale siamo solo dati e come ogni dato, questo può
essere alterato considerando un'azione abbastanza comune e
semplice come l'apertura di una piattaforma in streaming siamo
sul divano, clicchiamo l'icona ein pochi secondi la piattaforma
ci suggerisce programmi che sa quasi con certezza che possono
piacerci. Ma dietro quella sensazione di
(11:15):
magia c'è un lavoro enorme fattodi algoritmi di raccomandazione,
uno dei motori invisibili più potenti del mondo digitale.
Ma anche in questo caso soffermiamoci per un attimo su
questo algoritmo. In parole semplici, alla base
della scelta tra un film o una serie televisiva sulla
piattaforma, la quest'ultima fa tre cose fondamentali, analizza
ciò che guardiamo, quindi ogni volta che riproduciamo mettiamo
(11:37):
in pausa o abbandoniamo un titolo dopo pochi minuti.
La piattaforma registra tutto. Non serve nemmeno che mettiamo
un like o un voto. Anche il tempo che passiamo su
una locandina o il trailer che abbiamo guardato contano come
segnali di interesse. Questi dati formano il nostro
profilo di gusto, un modello matematico che descrive i nostri
comportamenti, preferenze, orarie perfino stati d'animo medi.
(12:00):
Inoltre, confronta il nostro profilo con quello di altri
utenti. L'algoritmo USA una tecnica
chiamata filtro collaborativo. In pratica, se tu e un'altro
utente avete gusti simili, il sistema suppone che anche i film
che piacciono a lui possano piacere a te.
Inoltre analizza anche le caratteristiche di contenuti.
Parallelamente entra in gioco ilfiltro basato sui contenuti.
(12:22):
Qui non si guarda più chi guardacosa, ma cosa contiene, quel
film o quella serie. L'algoritmo quindi incrocia
questi elementi con quelli di titoli che hai già apprezzato.
Infine abbiamo un mix intelligente tra le due che
abbiamo visto. In pratica le piattaforme usano
una combinazione di due metodi insieme a una composizione di
machine learning che si adatta nel tempo.
(12:42):
Ogni volta che interagisci, il modello si aggiorna.
E come se il sistema imparasse aconoscerti sempre meglio, ma
sempre e solo attraverso i dati delle TUE azioni.
Infine il risultato finale, quando Apri la home, quello che
vedi non è uguale per tutti, è una pagina personalizzata
generata in tempo reale per te. Ogni locandina, ogni posizione,
(13:02):
ogni riga tematica e il risultato di un calcolo
probabilistico. Persino le anteprime automatiche
e le immagini di copertina cambiano da persona a persona.
Dunque l'algoritmo non sa cosa ci piace davvero, lo deduce dai
nostri comportamenti e il suo obiettivo non è farci felici, ma
farci restare il più possibile dentro la piattaforma.
Più tempo passiamo a guardare, più dati raccogli e più riesce a
(13:25):
migliorare le sue previsioni. Come ho detto, il nostro io
digitale dice di più di quanto nella realtà facciamo noi
stessi, perché nel mondo fisico possiamo scegliere cosa
mostrare, ma nel digitale tutto parla di noi, anche ciò che non
diciamo. Ogni pausa, ogni click mancato,
ogni scrollo interrotto a metà, lascia una traccia.
Una traccia che gli algoritmi imparano a leggere, a
(13:47):
interpretare, a tradurre in numeri, correlazioni,
previsioni. E così, a poco a poco,
costruiscono immagini di noi chenon è più soltanto un riflesso,
ma una vera e propria identità parallela, un doppio digitale.
Questo doppio vive nei server, nelle piattaforme, nei sistemi
di raccomandazioni, nei databasedelle aziende e parla di noi.
Decide cosa ci viene mostrato, che tipi di pubblicità vedremo,
(14:09):
quali notizie appariranno ai nostri feed, a volte perfino con
chi entreremo in contatto. È come se avessimo delegato un
algoritmo, il compito di rappresentarci nel mondo e
lentamente quel rappresentante digitale comincia a prendere
decisioni al nostro posto, non per cattiveria, ma per
efficienza. Il problema è che non possiamo
più controllarlo davvero. Non possiamo chiedergli, perché
(14:30):
hai scelto questo per me? Lui non risponde non perché non
voglia, ma perché non sa. Spiegarselo agisce in base a
correlazioni, non a ragionamentiin base ai dati, non alla
coscienza. E allora sorge una domanda
inevitabile, se il nostro io digitale prende decisioni che
influenza la nostra vita, ma noinon possiamo comprenderle, né
modificarle, chi dei due è ancora davvero libero?
(14:53):
Siamo noi a usare gli algoritmi o sono gli algoritmi a usare
noi? Forse la verità sta nel mezzo.
Viviamo in un equilibrio sottiletra libertà e dipendenza, tra
consapevolezza e automatismo. Un equilibrio che si sposta ogni
volta che clicchiamo, che accettiamo, che scorriamo.
Perché in fondo il nostro io digitale non è un nemico, è uno
specchio, uno specchio che riflette non solo ciò che
(15:15):
facciamo, ma anche ciò che lasciamo fare.
E come ogni specchio può ingannarci o aiutarci a
conoscerci meglio. Siamo arrivati al termine della
puntata come sempre, vi ringrazio per il tempo che mi
dedicate e vi aspetto a un prossimo episodio.